Sepolti Vivi Citazione

SEPOLTI VIVI

Sepolti Vivi. E’ successo ancora. Arriva dall’Olanda la notizia del ritrovamento di 6 ragazzi trovato rinchiusi nella cantina di una fattoria.

Non morti ma sepolti vivi, rachitici, malaticci, pallidi perchè privati di ogni stimolo sensoriale, tra immondizia, resti di pasti frugali, costretti in angoli poco illuminati.

Cosa spinge un individuo apparentemente “normale” a rapire e tenere incarcerate per anni persone a lui vicine o sconosciute?
Il controllo, la spinta sessuale, il delirio religioso, la volontà di dominare psicologicamente un vittima predestinata?

Privare qualcuno della libertà individuale è un’azione ad elevato impatto psicologico per la vittima che percepisce con sempre maggiore chiarezza l’allontanamento dal mondo conosciuto per entrare in un mondo diverso dove a prevalere è la “condizione di oggetto rubato”.

La sensazione è che la propria vita somigli a quella di una farfalla imprigionata in un barattolo.

Sepolti Vivi Fattoria in Olanda

La fattoria dove la famiglia olandese aspettava la fine del mondo

Sepolti Vivi
Sepolti Vivi Natasha Kampush

La casa dove era tenuta prigioniera Natascha Kampusch

Sepolti Vivi

Luoghi angusti

La prigione è solitamente un luogo angusto, sotterraneo, difficilmente accessibile, nascosto per facilitare la sorveglianza.

L’ostaggio viene privato non solo della libertà, ma delle sue abitudini, della sua identità e della fiducia nel mondo.

La violenza psichica e/o fisica diventa parte preponderante del controllo con il suo significato di umiliazione, di induzione alla dipendenza, di spinta all’annullamento personale, di mantenimento di una condizione costantemente minacciosa.

La violenza sessuale è una affermazione del potere totalitario del sequestratore sul sequestrato, come conferma di prevaricazione e umiliazione.

Il sequestratore divide da questo momento la propria identità da quella di persona “normale” che ha rapporti sociali, lavora e continua a vivere la sua vita di sempre, da quella, più o meno consapevole, di autore di un vero e proprio crimine.

Dietro la porta, quindi, c’e’ un inferno mascherato di normalità.

La Sindrome di Stoccolma

Prende il nome da una rapina con ostaggi avvenuta in quella città nel 1973 dove i sequestrati mostrarono elevata solidarietà e identificazione con gli aggressori, verosimilmente attuate in un procedimento teso dapprima a negare le sofferenze che le 131 ore di sequestro armato procurarono loro e successivamente a giustificare il comportamento del rapitore sulla base di sofferenze precedentemente patite dallo stesso.

In questi casi però si osserva anche un processo di identificazione del rapitore con la vittima che lo spinge ad attenuare la sua aggressività.

Sepolti Vivi Sindrome di Stoccolma

Sindrome di Stoccolma (Credits: SS Uno spettacolo sulla Sindrome di Stoccolma)

Sepolti Vivi

Nel suo libro, Natascha Kampusch racconta il terrore che il suo rapitore non tornasse più: “Se lui fosse scomparso, sarei morta anch’io. Dovevo accettare, a volte apparire sottomessa per sopravvivere”.

Legame mentale fra vittima e aguzzino

L’istinto di conservazione ci spinge a creare, contro ogni forma di razionalità, una sorta di alleanza con colui che può decidere del nostro destino.

Questo definisce un quadro psicologico che porta ad accettare una situazione sfavorevole senza farsi soverchiare.

Nonostante ciò, come testimoniato da Natascha Kampusch, si pensa sempre alla fuga soffocata però dal terrore di essere riacciuffata e uccisa.

La mattina del 23 agosto 2006, mentre l’uomo in giardino risponde al telefono e Natascha sembra concentrata a lavare la sua Bmw, l’idea della fuga si materializza: “Lasciai cadere l’aspirapolvere e mi precipitai al cancello. Era aperto e io avevo il diritto alla mia libertà”.

All’indomani della scoperta dei sei ragazzi ritrovati in Olanda, ritornano alla memoria i peggiori casi di rapimento e reclusione della storia.

Finalmente liberi

Sepolti Vivi Natascha Kampusch La casa

Natascha Kampusch, la casa

Sepolti Vivi
Sepolti Vivi Natasha Kampush Ingresso Prigione

Ingresso alla prigione di Natascha Kampusch

Sepolti Vivi

Natascha Kampusch

L’austriaca Natascha Kampusch aveva 10 anni quando il 2 marzo 1998 fu rapita da Wolfgang Priklopil. Durante la prigionia fu rinchiusa in un angusto locale sotto il garage del suo rapitore. Costretta a vivere nella stanzina di notte, incontrava Priklopil durante il giorno, il quale si occupò di educarla fornendole libri di testo. Natascha approfittò di una distrazione momentanea del suo aguzzino per fuggire.

Erano passati otto anni dal il suo rapimento. Accortosi dell’arrivo della polizia, Priklopil si suicidò il giorno stesso gettandosi sotto un treno.

Otto anni di sofferenza, di violenze, di minacce, di paura e di buio con il rumore di un ventilatore sempre acceso.

Perchè proprio io?

«Perché proprio io? Me lo sono chiesta per tanti anni. Passato il primo periodo in cui speravo ancora di essere trovata, ho pensato che sarei morta e poi ho cominciato ad avere la certezza che avrei passato tutta la vita con lui nello scantinato. Lui stesso mi diceva che non mi avrebbe mai liberata. Mi sentivo condannata a questa pena e mi chiedevo spesso qual era la mia colpa. Lui regolava la mia veglia spegnendo o accendendo la luce, decideva se privarmi del cibo o farmi mangiare, mi imponeva periodi di digiuno forzato, decideva le razioni di cibo, fissava la temperatura nella stanza.

Mi ha tolto ogni controllo sul mio corpo. Adesso sono io che devo pensare a me stessa, e non mi è facile stabilire se e quanto devo mangiare o capire come vestirmi. Oggi, se non mangio, il mio corpo si ricorda del digiuno e sviene. Sono ingrassata parecchio, ma le diete non fanno per me».

Sepolti Vivi Jaycee Dugard

La baracca dove Jaycee Dugard è stata costretta a vivere dai suoi rapitori, i coniugi Garrido

Sepolti Vivi

Jaycee Dugard

Il 10 giugno 1991, Jaycee Dugard, una bambina di 11 anni fu rapita a South Lake, in California e portata ad Antioch, sobborgo semirurale a circa tre ore di distanza.

Quella città è abitata da operai, disoccupati e da un’altra categoria di persone: 122 criminali sessuali.
La legge Megan, approvata per rendere pubblici i nomi dei criminali condannati per reati sessuali, ha avuto l’effetto di creare quartieri-ghetto abitati soprattutto da pedofili.

In quel contesto, pochi si preoccupano di ciò che avviene in casa Garrido, dove abitano due coniugi di mezza età e l’anziana madre di uno di loro.
Nessuno sospetta che dietro la folta vegetazione del giardino, venga tenuta segregata una ragazzina rapita.

Passano gli anni e la bambina diventata donna, lavora per i Garrido, per l’attività di tipografia presente in casa. Ha accesso a un telefono e un computer, ma non chiede aiuto. Anche qui, lo spirito di adattamento per salvarsi è più forte.

Garrido è un fanatico religioso, vuole fondare una sua chiesa. Distribuisce volantini religiosi per fare proseliti. Alcuni agenti lo fermano per un controllo e lo convocano alla stazione di polizia per accertamenti. Garrido si presenta con la moglie Nancy, due ragazzine e una donna bionda che chiama Alissa.

Uno degli agenti che conosce la casa dei Garrido, non aveva mai notato la sua presenza e chiede ad Alissa chi sia. La giovane spiega di essere fuggita dalla casa del marito e di aver chiesto ospitalità ai Garrido insieme alle figlie.

Poi ci ripensa e confessa la verità: “Sono Jaycee Dugart”.
L’FBI informò i genitori che la loro figlia era stata ritrovata dopo 18 anni.

Sepolti Vivi Collen Stan

La scatola che chiudeva la testa di Collen Stan

Sepolti Vivi
Sepolti Vivi Vittima e Aguzzino

Vittima e aguzzino, sorridenti davanti all’obiettivo

Sepolti Vivi

Dentro una scatola

Collen Stan, allora ventenne, è stata rapita nel 1977 in California da una coppia ne fece la propria schiava, sottoponendola a ogni genere di sevizie, forzandola a tenere la testa costretta dentro una scatola di legno 23 ore su 24.

La scatola da 10 chili, di legno, rivestita di materiale isolante le rendeva impossibile vedere e sentire.
Era chiusa al buio più completo e nessuno avrebbe potuto sentire le sue urla.

In Colleen crebbe la certezza che per sopravvivere avrebbe dovuto fare tutto quello che i due volevano, si costrinse a sopportare ogni genere di sevizie e si abituò anche a dormire in una cassa di legno, al buio e in silenzio, tenuta sotto il letto dei suoi rapitori.
Le fecero firmare un contratto di schiava secondo cui Collen avrebbe rinunciato al suo libero arbitrio e permettere di essere trattata come proprietà personale della coppia.

I due, inoltre, convinsero la ragazza che sarebbe stato inutile cercare di scappare perché un’organizzazione segreta chiamata “The Company” l’avrebbe trovata e avrebbe ucciso lei e la sua famiglia.
Collen era così spaventata che anche quando ebbe l’opportunità di fuggire dalla casa della coppia, non lo fece.

Assoggettarla al proprio volere, privarla dei sensi, farle il lavaggio del cervello: tutto questo provoca se non la pazzia, una reazione di totale abbandono.

“Ho imparato che potevo andare ovunque nella mia mente. Ti allontani dalla situazione reale in corso e vai altrove. Vai in un posto piacevole, pensi alle persone che ami. Pensi a qualunque cosa che possa renderti felice”.

La volontà della ragazza era ormai era annientata: pur di essere risparmiata dalle dolorose punizioni che le infliggevano, cominciò ad accondiscendere ad ogni richiesta. La ragazza diventò una perfetta schiava.

Crudeltà assoluta

Dopo anni, la perfetta schiava si era guadagnata un premio. La coppia decise che l’avrebbero fatta incontrare con i suoi genitori. L’uomo accompagnò la ragazza e si presentò come il suo fidanzato.

Visibilmente alienata, i genitori scelsero di non fare domande, di non tentare di trattenerla per paura di non vedere mai più la propria figlia se avessero osato contrastarla. Pensavano che fosse entrata in una setta … Uno strano comportamento.

In quella breve visita, i familiari scattarono a Colleen e il suo ‘fidanzato’ un’incredibile foto che li ritrae abbracciati.

Man mano che Colleen entrava nelle grazie del suo aguzzino, per la moglie di questo diventava pericolosa. Così un giorno decise di far saltare il contratto da schiava e denunciò il marito.
Collen, dopo sette anni dal suo rapimento, tornò libera.

Sepolti Vivi Casa Ariel castro

La casa di castro viene rasa al suolo dopo la liberazione delle tre donne

Sepolti Vivi

Dovrei rischiare?

“Non sono un mostro, sono malato”, ha dichiarato il Mostro di Cleveland davanti al giudice.
Questo anonimo autista di Scuolabus ha tenuto segregate tre donne per undici anni.

Le tre donne, dopo la loro liberazione hanno detto che per tutto quel tempo hanno sempre tenuto duro, convinvendosi a vicenda che ne sarebbero uscite vive.

“Pesanti assi di legno coprivano completamente le finestre in modo che nessuna luce potesse entrare”.

“L’unica cosa che si muoveva era il mondo esterno, mentre noi eravamo completamente ferme”, racconta Michelle Knight, “Ho resistito solo perché non potevo lasciare che mio figlio pensasse che avevo rinunciato a lui. Quando sono arrivata lì, ho capito che non avrei mai lasciato quel posto. C’era troppo, troppo silenzio. Quando ho incontrato per la prima volta Gina e Amanda (le altre due rapite, ndr) ho sorriso. Ero sollevata al pensiero di non essere sola. Allo stesso tempo, però, questa consapevolezza mi ha reso anche molto triste”.

In quella casa a Castro piaceva fare torture psicologiche. A volte lasciava aperta la porta per tentarle con libertà. Se ci provavano e lui regolarmente le riacciuffava, le puniva, confinandole nel freddo seminterrato o nella soffitta soffocante.

Invece dei compleanni, Castro costringeva le donne a celebrare il loro “giorno del rapimento”. Avevano capito che era un sadico, che desiderava ardentemente il loro dolore. Hanno imparato a mascherare i loro sentimenti, sempre.

Le famiglie le cercavano, ignare del fatto le donne fossero rinchiuse nella casa di un uomo che conoscevano, un vicino di casa. Castro incontrò la madre di Gina DeJesus che stava distibuendo volantini con la richiesta di aiuto nella ricerca della figlia scomparsa.
In una sarcastica dimostrazione di crudeltà, una volta tornato a casa, diede il volantino a Gina.

Poi una mattina, il mostro dimenticò di chiudere a chiave la stanza dove era rinchiusa Amanda.
“Dovrei rischiare?”, pensò Amanda. “Se ho intenzione di farlo, devo farlo ora”.

Raggiunse la porta principale, controllata da un allarme. Riuscì a sporgere il braccio attraverso la grata della porta urlando: “Qualcuno, per favore, per favore aiutami. Sono Amanda Berry, per favore”.

Come Michelle ha ricordato in seguito, “Quando per la prima volta sono uscita fuori, ho sentito il sole addosso, era così caldo, così luminoso ….”.

Orrore su orrore

Ma quando il rapitore, l’aguzzino è un genitore, all’orrore si aggiunge altro orrore.
Il caso più clamoroso è quello di Elizabeth Fritzl tenuta segregata in una specie di bunker sotterraneo per ben 24 anni dal suo stesso padre.

Elizabeth è rimsasta lì dal 1984 al 2008, ai sette figli avuti dal suo stesso padre. Il ricovero d’urgenza della figlia maggiore Kerstin il 19 aprile 2008 permise ai medici di nutrire i primi sospetti su Fritzl, che continuava a raccontare che la figlia era scappata di casa nel 1984.

“Promise che se gli fosse successo qualcosa di brutto non saremmo più usciti dalla cantina. Solo lui conosceva la combinazione delle tre porte elettroniche che introducono nel bunker”.

Elizabeth ha raccontato tutto in un video lungo 11 ore, di come ha dovuto smettere di lottare, perchè sapeva che la sua vita dipendeva dall’essere collaborativa con il suo aguzzino.

“Nel 1982 avevo 16 anni ed ero fuggita da casa. Lui mi stuprava da molto tempo. Dall’autogrill di Strengberg, mi ero nascosta a Vienna. Dopo due settimane la polizia mi trovò.

Supplicai gli agenti di non riconsegnarmi a mio padre. Dissi loro che se fossi tornata da lui per me sarebbe stata la fine. Ma non ci fu nulla da fare.” (Elizabeth)

Sepolti Vivi Casa Fritzl

La casa-prigione di Elizabeth Friztl

Sepolti Vivi

Dopo la loro liberazione, Elisabeth e i suoi figli si sono dovuti sottoporre a una terapia per riuscire ad adattarsi alla luce dopo anni di semi-oscurità.