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Riforma Agraria

In una visione di tempo ciclico nella storia umana con involuzioni ed evoluzioni, dove in campo economico a periodi di espansione seguono periodi di crisi, il concetto dei “corsi e ricorsi” espresso da Giambattista Vico potrebbe aiutarci a ripensare ad una Riforma Agraria adattata al terzo millennio?
Il Governo deve concentrare la propria attenzione sulle riforme in campo economico e sociale. Un bisogno condiviso da quelle fasce della popolazione sulle quali pesa maggiormente la crisi. Scioperi e dimostrazioni  di malcontento ne sono e ne saranno la prova.
Il PIL prodotto dall’Agricoltura è del 2,2% e nelle campagne sono impiegati circa 900.000 di cui 322.000 stranieri.
Il reddito medio di un bracciante è inferiore a quello di un operaio di una grande industria: le antiche tradizioni si trasformano talvolta in occasione di sopruso nei confronti della manovalanza.
La bassa redditività del nostro sistema agricolo è causata da metodi di gestione arretrati, arcaici, legati troppo alla chimica che distrugge la qualità del terreno. La nostra agricoltura non deve essere intensiva perché qui non siamo né negli USA né in Russia. La nostra produzione è caratterizzata da eccellenze e tipicità.
Nel dopoguerra, la situazione agricola era gravissima. Lo sciopero di un mese dei braccianti fu un grave colpo per i raccolti di quell’anno, ma soprattutto per i rapporti,  arroventati, fra il governo e l’opposizione. Il Ministro degli Interni, Mario Scelba, lui stesso figlio di braccianti, risoluto a mantenere la legalità a tutti i costi, fu definito il massacratore del popolo. Poteva contare su una forza di pubblica sicurezza mal preparata, ma determinata e pronta a eseguire con metodi sbrigativi le già spicce direttive ministeriali. A Molinella, nel Veneto, il 7 maggio fu uccisa una mondina da un carabiniere. A Medilia, vicino a Milano, si registrò una seconda vittima durante una dimostrazione di braccianti.

A questo si aggiungevano gli scioperi alla rovescia dei disoccupati che invadono i campi e eseguono lavori senza autorizzazione chiedendone successivamente il pagamento. I proprietari risposero denunciando gli occupanti alla magistratura. La protesta fu fermata, ma si fece strada l’idea che fosse necessaria una maggiore equità nella distribuzione delle terre, spezzando il latifondo.
De Gasperi, in un’intervista rilasciata a Il Messaggero del 17 aprile, afferma che “… né un tale aumento della piccola proprietà potrà compromettere la produzione, che anzi l’accrescerà, poiché alla nuova sistemazione della proprietà si assoceranno la bonifica e la trasformazione del suolo. Una riforma agraria, per essere tale, deve tendere alla liquidazione della grande proprietà assenteista, alla limitazione della grande proprietà capitalistica con l’avviamento e stimolo a forme di conduzione cooperativa, ad una riforma dei patti agrari, alla estensione e difesa conseguente della piccola e media proprietà lavoratrice”.
Del resto non erano in pochi a ritenere che il capitalismo fosse ormai condannato di fronte all’affermazione su scala mondiale di quelle che venivano chiamate democrazie progressive.
Il problema della distribuzione in agricoltura (De Marco) opera un netto distinguo fra pensiero cattolico e liberale in ambito economico. Se quest’ultimo considera la ricchezza della nazione in base alla massimizzazione della produzione, il primo considera invece una nazione ricca solo se la ricchezza è ben distribuita. Ignorando la necessità dell’accumulo di capitali per superare certi stadi nello sviluppo economico di una nazione, De Marco giunge a sostenere che è preferibile una ricchezza inferiore, ma meglio ripartita, a una di dimensioni maggiori, ma concentrata. Altro punto fondamentale è la difesa dell’iniziativa privata, ma solo negli interessi generali della collettività.
Nella redistribuzione  e parcellizzazione dei latifondi, i proprietari sarebbero stati compensati in parte in contanti in parte con un titolo di Stato fruttifero oppure con un contratto che prevedeva l’usufrutto in perpetuità, o per lungo tempo, di un terreno, dietro pagamento di un contributo in denaro o in natura. Istituto di diritto romano, fu molto in uso nella penisola italiana durante il XIV secolo. Facevano eccezione quelle aziende per cui, “eccezionalmente attrezzate e industrializzate”, un’amputazione sarebbe risultata fatale.

Fondamentale sarebbe poi dovuta essere la scelta dei destinatari dei nuovi lotti e la loro assistenza. Crediti, consulenze tecniche e cooperative per l’acquisto e l’utilizzo delle macchine avrebbero dovuto consentire la nascita di una piccola proprietà condotta con un criterio moderno. Esclusi dalla riforma si sarebbero trovate le opere di carità e i beni ecclesiastici. Un argomento, quest’ultimo, che fu duramente criticato da liberali e repubblicani.
Nel Consiglio dei Ministri, riunitosi il 15 novembre, Segni fu incaricato di presentare d’urgenza al Parlamento un disegno di legge per la distribuzione dei terreni della Sila. Una manovra che dava inizio alla riforma agraria e riguardava oltre 45000 ettari, 5000 nuove piccole proprietà e 2000 proprietà che le assegnazioni andavano a integrare.
L’esecuzione del programma, che comprendeva anche un’opera di trasformazione e bonifica delle terre assegnate, avrebbe fornito impiego stabile a non meno di 20.000 contadini.
Il 4 maggio 1950 venne approvata la “legge Sila”, destinata alla Calabria, ed in particolare ad una parte dell’altipiano calabro e del litorale jonico. Nell’ottobre 1950 la “legge stralcio”, che riguardava il comprensorio del Delta padano, Maremma tosco-laziale, Fucino, Campania, Puglia, Lucania, Molise e Sardegna. Questa legge prevedeva un programma di scorporo e di riforma molto ampio. Complessivamente i terreni sottoposti a riforma coprivano un totale di circa 750.000 ettari, quasi tutti nell’Italia centro meridionale.
I critici obiettano che la suddivisione degli appezzamenti in piccoli lotti impedì all’agricoltura italiana quello sviluppo su larga scala che si verificò in altri paesi come Francia e USA. Inoltre, la Riforma agraria si prestò a forme di clientelismo che non favorirono certo il processo di sviluppo delle campagne.
Osservando le statistiche contribuì però, tramite le opere di bonifica, a un aumento della produzione agricola, ad un maggiore controllo del territorio e a un miglioramento delle stesse condizioni di vita nelle campagne.
Era il 1950.