La Burocrazia Protegge Se Stessa Citazione

LA BUROCRAZIA PROTEGGE SE STESSA

La Burocrazia Protegge Se Stessa.

Nell’Era della Pandemia non si muore solo di COVID.
Ricordate quando durante il lockdown ci ripetevamo in continuazione “Andrà tutto bene” e “Ne usciremo migliori” ?
Non è così. Non va bene niente niente e siamo peggiori…

Non si sono fermati gli stupri, i femminicidi e molti bambini sono rimasti vittime di superficialità, incuria, immaturità degli adulti.

Colpisce la vicenda del piccolo Evan morto a 21 mesi per le botte inferte dalla madre e dal compagno.

In particolare la reazione di suo padre che dichiara senza mezzi termini: “Avevo presentato un esposto ma nessuno si è mosso, adesso mi muovo io, con le mie mani”.

Come dargli torto? Si può credere a una giustizia che abbandona le persone più fragili pur conoscendo la reale situazione di violenza e disagio che si trovano a dover vivere?

Pagheranno tutto?

Il padre di Evan aveva presentato nel mese di luglio un esposto per maltrattamenti contro ignoti per lesioni ai danni del figlio.

Lui si trovava lontano, per motivi lavorativi, ma dice di essersi accorto dei lividi del figlio tramite delle foto scattate dalla nonna paterna.

Secondo questa il bambino non camminava bene e quando aveva chiesto spiegazioni le hanno risposto che era caduto giocando.

Nessuno della famiglia paterna ci credeva, da qui la denuncia. Nelle dichiarazioni del padre emerge anche l’accusa nei confronti dei servizi sociali che non hanno preso i dovuti provvedimenti, pur conoscendo cosa stava accadendo al bambino.

“Tutto inutile. Ma non finirà così. Pagheranno tutto”.

La Burocrazia Protegge Se Stessa- Giovanni Bragolin - Bambino Piangente 5

Non va bene niente…

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Secondo il papà del piccolo Evan anche la Procura è responsabile per non essere intervenuta a seguito dell’esposto per maltrattamenti presentato prima della morte del bambino: “Se tutti avessero fatto il loro dovere, io non starei andando al funerale di mio figlio”.

Ecco che torna lo “spettro” dei Servizi Sociali. O troppo assenti o troppo presenti. Troppo assenti, come in questo caso, o troppo presenti come nel caso di Bibbiano.

Come si diventa assistente sociale?

Chi vuole esercitare la professione di assistente sociale deve innanzitutto possedere la vocazione di aiutare il prossimo e la forza d’animo di affrontare quotidianamente situazioni di disagio economico, sociale e morale.

L’assistente sociale è un professionista con specifica formazione ed iscritto all’Albo professionale che si occupa di assistere e pianificare operazioni di aiuto economico, psicologico e sociale di persone che si trovano in una condizione di disagio.

In base al titolo di studio conseguito, l’assistente sociale può avere due qualificazioni differenti: assistente sociale di base, con la sola laurea triennale; assistente sociale specializzato, con laurea magistrale ed eventuale master o dottorato di ricerca.

Il primo si occupa di mettere in contatto le persone che vivono in condizioni di disagio con le istituzioni competenti e gli enti o associazioni di solidarietà. Mentre il secondo può anche partecipare in prima persona alla programmazione del piano di intervento per aiutare chi ha bisogno.

La Burocrazia Protegge Se Stessa- Giovanni Bragolin - Bambino Piangente 4

Persone Che Vivono In Condizioni Di Disagio

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Casi Estremi

Il percorso di valutazione che porta all’allontanamento di un bambino dalla famiglia spesso non è sufficientemente approfondito.

“In molti casi, l’assistente sociale agisce sulla base di pregiudizi e preconcetti. L’operatore, infatti, è spesso visto con timore dalle famiglie già fragili, che hanno paura di lui e non credono nel suo tentativo di aiuto. Quindi capita spesso che si chiudano e non siano collaborative; così l’assistente finisce per agire più sull’onda delle sue sensazioni che non su fatti reali basati su prove effettive.
Appena un minore viene allontanato, gli operatori dovrebbero avere già chiaro il percorso e le tempistiche di recupero per i genitori e di sostegno per il bambino. Questo non avviene praticamente mai. ​

Dal percorso psicologico, che spesso vuol dire un incontro ogni 15 giorni; ai trasferimenti del minore, magari in un’altra regione per evitare che scappi (anche se la legge prevede che sia sistemato il più vicino possibile alla famiglia); fino agli stessi incontri tra il bambino e i genitori, che spesso avvengono una sola ora ogni mese, spesso per questioni di costi; mancano le condizioni base previste dalla legge per permettere un rientro del bambino nella sua famiglia. Il percorso post-allontanamento per il minore e la famiglia è blando e incompleto”.

Catia Picherri – Rete Sociale

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Persone Che Vivono In Condizioni Di Disagio

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“Definiamo come psicopatologico l’approccio dei vari operatori, dagli psicologi alle maestre d’asilo. Non vi è dubbio che nei casi di allontanamento siano presenti delle fragilità familiari, ma sono situazioni su cui si potrebbe lavorare con profitto se si adottasse un approccio pedagogico orientato alla ricostruzione delle competenze genitoriali”.

Paolo Roat, responsabile nazionale Tutela dei minori del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani

Carente è anche la formazione di chi si occupa delle Consulenze Tecniche d’Ufficio nei Tribunali dei Minori.

“Si tratta di perizie, spesso determinanti, che dovrebbero essere una raccolta di prove oggettive per fornire al giudice degli elementi in più per valutare il caso. Ma spesso le metodologie, a partire dai test psicologici utilizzati, e le prove raccolte hanno poco di obiettivo o scientifico. Nella mia esperienza, la maggior parte delle CTU che ho visto non è attendibile. C’è infatti una tendenza generale all’omologazione e all’automatismo. Gli approcci dei professionisti sono spesso molto rigidi e tengono poco conto delle specificità dei singoli casi. Si tende a patologizzare il normale e a normalizzare il patologico. Genitori troppo affettuosi sono considerati problematici, mentre in molti casi non vengono rilevati disturbi bipolari o paranoici”.

Paolo Cioni, psichiatra forense consulente del Tribunale di Firenze

La Burocrazia Protegge Se Stessa- Netflix

Aguzzini in Casa – Netflix

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Tutto il Mondo è Paese

Aguzzini in casa è un documentario (disturbante) di Brian Knappenberger, prodotto da Netflix. Tratta la vicenda impressionante del piccolo Gabriel Fernandez, il suo brutale omicidio ad opera della madre e del suo compagno, il processo agli assassini e quello agli assistenti sociali che non sono stati capaci di proteggere Gabriel, nonostante i numerosi indizi e le tante segnalazioni.

La storia parte dal 2013 quando Gabriel Fernandez, otto anni, muore a causa delle orribili violenze subite nel tempo per mano della madre e del fidanzato di lei.
In seguito a questa tragedia, nella contea di Los Angeles cresce la voglia di giustizia e la volontà di trovare i responsabili.

Senza entrare nei dettagli della storia, la parte che a noi interessa è quella che riguarda i servizi sociali.

Grazie a un procuratore tenace ed empatico, anche lui vittima da bambino di maltrattamenti, che riesce a portare in giudizio e vincere, si solleva il velo sugli scandali – sempre segretati – che si succedono presso il Dipartimento Minori e Famiglia americano.

Riesce a portare alla sbarra e indagare anche tre assistenti sociali e il loro supervisore per aver sottostimato la situazione e falsato le relazioni. Persino il giudice dice che Gabriel è stato ucciso da un intero sistema. Da sottolineare che i Servizi Sociali sono stati l’unico a ente a rifiutare di essere intervistati per il documentario e gli assistenti sociali coinvolti sono stati assolti.

Il Dipartimento vuole evitare cattiva pubblicità. I quattro assistenti sociali direttamente coinvolti nel caso, pur avendo acconsentito ad apparire nel film, si dicono certi di aver fatto tutto ciò che era in loro potere.

Il Giudice, al termine del processo, dichiara di non aver mai commentato una sentenza in decenni di carriera, ma che in questo caso non può non farlo, e rivolgendosi ai due assassini: “E’ inimmaginabile il dolore patito da questo bambino. Desidero che entrambi vi svegliate nella notte e il pensiero vi torturi, un tormento della coscienza, se ne avete una. Questo desidero”.

Ma accade un fatto impressionante. Dopo sole due settimane dalla fine del processo, un altro bimbo della stessa zona subisce la stessa sorte di Gabriel: affidato ai servizi, collocato da madre e relativo compagno, torturato per mesi e infine ucciso.

“La Burocrazia Protegge Se Stessa”, dice la voce narrante. Non è solo una questione di leggi, ma di sistemi creati per coprire e alimentare se stessi.

In America il sistema minori, dagli anni ottanta, ha esternalizzato molti compiti sociali a società private, più attente al profitto che alla tutela. In Italia le cooperative di assistenti domiciliari e i dirigenti/operatori ricevono fondi pubblici, dunque non dovrebbero sottostare alle regole della libera impresa.

E i continui fatti e storture che emergono perché occupano solo per due giorni le pagine di cronaca e nessuno, NESSUNO, se ne preoccupa?

Cose Che Capitano

Alcuni assistenti sociali della DCS (Department Of Child Safety)a Prescott, Arizona, sono stai licenziati per aver indossato una t-shirt durante l’orario di lavoro.

La maglietta incriminata, color rosa acceso recava davanti la scritta “Rapitori professionisti” e sul retro “Sai dove sono i tuoi figli?”.
Secondo gli impiegati licenziati la maglietta voleva essere una provocazione nei confronti di tutti coloro che criticano il loro lavoro nel campo dell’assistenza ai bambini.

Chi critica il DCS ritiene che gli assistenti sociali allontanino troppo facilmente i bambini dalle famiglie e siano prevenuti nei confronti dei genitori, con alcuni di loro che arrivano ad accusare il dipartimento di rapimento.

Claire Louge, direttrice esecutiva di Prevent Child Abuse Arizona con sede a Prescott, ha detto che il messaggio della T-shirt è inquietante.

La Burocrazia Protegge Se Stessa T-Shirt

“Rapitori professionisti”

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“E’ chiaro che le persone nel sistema sono prevenute nei confronti dei genitori, almeno in alcuni casi”, ha detto. Ciò è contrario al messaggio che DCS vuole (o deve?) comunicare, ovvero che i bambini stanno meglio con i loro genitori e le famiglie in difficoltà devono ottenere sostegno”.

Christina Sanders, ex supervisore dell’unità DCS, ha detto che è un insulto che ci sia voluto l’incidente della maglietta per porre fine a quella che ritiene sia una pratica di bullismo adottata dall’ufficio di Prescott.

“Pensano di essere intoccabili e che non potranno mai essere scoperti”, ha detto la Sanders e incolpa i supervisori del personale per aver tollerato e persino incoraggiato comportamenti discutibili.

E’ anche convinta che siano riusciti a farla franca perché la DCS ha un bisogno costante di lavoratori e molti degli investigatori/assistenti sociali hanno anni di esperienza.

Sanders è stata messa in congedo amministrativo quando, l’anno scorso si era rifiutata di trasferire un ragazzo in una casa famiglia a Phoenix, sostenendo che non era una sistemazione adeguata. Lo stesso giorno, ha riferito di aver ricevuto una lettera di ringraziamento dall’allora direttore della DCS Greg McKay per il suo lavoro e una maglietta a maniche lunghe della DCS.

Dopo pochi giorni ha ricevuto un’altra lettera che le informava che era stata licenziata.

“La mano destra non sa cosa fa la sinistra”, ha concluso.

Kenny Rummell, un ex impiegato, ha presentato una denuncia all’ufficio relazioni umane della DCS all’inizio dello scorso anno, stufo di quella che ha descritto come una cultura tipica dell’ufficio che permette ai dipendenti di “fare qualunque cosa a chi vogliono”.

Ha detto di non aver mai ricevuto risposta dall’ufficio risorse umane. Ma è stato trasferito in altra sede.

Insomma, tipo quello che succede ai preti pedofili …