Gruppo di Famiglia in un Inferno Circolo dei Tignosi Blog

Gruppo di Famiglia in un Inferno

C’è un morto. Intorno a lui un gruppo di persone che hanno causato la sua morte. I componenti del gruppo non sono tra loro sconosciuti perché fanno parte della stessa famiglia: padre, madre, una figlia, un figlio. Legami di sangue.
Nel gruppo c’è anche una persona che è diventata un componente acquisito perché partner del figlio.
Ma davanti a loro c’è sempre il cadavere. Cosa si fa? Ci sarà un’indagine, i componenti della famiglia rischiano tutto, i loro beni, il loro lavoro. Bisogna depistare, far capire agli inquirenti che i componenti della famiglia sono solo persone per bene che per un fato avverso si sono trovati immersi in un casino della Madonna. Negare tutto. Giustificare le proprie “non azioni” con il fatto che, essendo persone per bene, non si sono mai trovate in una situazione del genere, che per questo non sanno come comportarsi. Meglio tacere. Forse hanno commesso una leggerezza ma lo hanno fatto in buona fede. Non sono delinquenti navigati. Non saprebbero proprio spiegare in maniera plausibile perché azioni innocenti siano degenerate in un evento dalla gravità abnorme.

In realtà non stiamo parlando di una famiglia. Le famiglie di cui parliamo sono due ma a entrambe ben si adatta questo prologo della storia.
Tutto combacia: la famiglia, il numero dei componenti, il fatto di essersi trovati in una situazione spiacevole loro malgrado. Come sono simili le giustificazioni: negare e mantenere unita la famiglia, salvaguardarla da chi vuole solo il male di queste brave persone.
Cambiano solo le circostanze.
Prendiamo la prima famiglia. Siamo in una località del litorale romano. È una tiepida sera di maggio e tutta la famiglia è a casa a conversare dopo la cena. Ma accade qualcosa di cui ancora non si conosce la dinamica. Improvvisamente il fidanzato della figlia viene colpito da un proiettile sparato dalla pistola che il padrone di casa stringe in pugno. Non conosciamo nè il movente né lo svolgimento della faccenda. Non ci interessa, in questo contesto. Ci interessano le azioni che tutti i componenti della famiglia compiono successivamente. Nessuno parla. Il padre al pronto soccorso dove è stato trasportato il giovane chiede, o forse intima, al medico a non fare parola del colpo di pistola. Diciamo che è caduto nella vasca da bagno e si è punto con un pettine di quelli da parrucchiere con il manico di metallo … roba vintage, pettini così si usavano negli anni ’70. Ma andiamo avanti. Mentre il padre, i due figli e la fidanzata del figlio sono condotti in caserma per essere interrogati, la madre, a casa, si preoccupa di parlare con i vicini.
Insiste nel dire che si è trattato solo di un tragico incidente, che loro non hanno commesso niente, che i genitori del giovane ucciso avrebbero fatto di tutto per rovinarli, che sarebbero stati costretti a vendere la casa per risarcirli e pagare le spese per la loro difesa. Che il marito avrebbe perso il lavoro presso la Presidenza del Consiglio.
Intanto, gli altri componenti della famiglia sono seduti su un divanetto, in attesa di essere interrogati non sanno che c’è una telecamera che riprende tutto, audio e video.

E le loro conversazioni sono a dir poco sconvolgenti. Il padre chiede ai figli, che sono già stati interrogati se il funzionario, una signora, è stata stronza con loro. La figlia cerca di consolare il padre poi quando lui entra per essere interrogato la signorina insiste nel descriverlo come una brava persona che ha fatto sempre del bene, che quando ha visto che impugnava la pistola e la puntava verso il suo fidanzato, il giovane morto, ha visto quest’ultimo sbiancare. E afferma che “ … ormai era destino che morisse.” Poi si preoccupa dell’esame all’università che dovrà sostenere da lì a due giorni.
Ma le argomentazioni più incredibili le sentiamo dalla fidanzata del figlio:

“ se non fosse successo … sarebbe rimasto handicappato e le persone intorno a lui avrebbero sofferto. Si sarebbe ammazzato …”.

E il fidanzato/figlio ha parole di comprensione per il padre, vittima di tutto questo accanimento. Fine. A casa, tutti liberi.

Seconda famiglia. Abbiamo una Banca, potrebbe essere il sottotitolo. Sì, perché ruota tutto intorno ad una Banca che per le azioni di  molte persone è defunta portando con sé anche un defunto vero, un pensionato che ha perso tutti i soldi che aveva “dato da tenere” a questa Banca. Anche in questo caso il padre è un personaggio importante, prima componente del Consiglio di Amministrazione poi Vice Presidente della Banca. Il figlio è un funzionario importante della Banca, sua moglie una impiegata. La figlia è addirittura Ministro della Repubblica.
La cronaca la sappiamo tutti. La famiglia è unita sull’autodifesa ma in questo caso la figlia deve difendere la sua poltrona. E lo fa raccontando la storia della sua famiglia, tutte persone perbene, gente che viene dal popolo, lei è la prima a laurearsi. Se qualcuno ha sbagliato pagherà, ma non certo lei né la sua famiglia. Perché sono tutte persone perbene. Anche le sue dichiarazioni vengono filmate e rimandate in mondovisione.
Certo che il senso della famiglia per noi italiani è una roba seria. La famiglia è sacra e per difenderla si può passare sopra a tutto e tutti. Non abbiamo neanche la vergogna di usare argomenti che sembrano il delirio di un ubriaco:

povero papà; mi dispiace per lui; questa vicenda ci terrà più uniti; tanto tutti dobbiamo morire;  suicidarsi piuttosto che rimanere handicappati; oddio! Ho un esame all’università; mi si dimostri che ho un conflitto di interessi.